Diversity & Inclusion nel mondo della Moda | Intervista a Laura Senziani
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Diversity & Inclusion nel mondo della Moda | Intervista a Laura Senziani

Nella giornata che globalmente ricorda i diritti di D&I (Diversity & Inclusion), VIC è curios@ di conoscere il punto di vista di chi questi temi li vive tutti i giorni e li porta avanti nella propria azienda e di capirne i legami con il mondo della moda.

1. Il tuo lavoro è “D&I Specialist”. Quando è nato questo ruolo aziendale e secondo te come mai ce n’è bisogno oggi?

Mi occupo di Diversity and Inclusion management per una delle più note società multinazionali di consulenza strategica, dedicandomi con un team di colleghi di tutto ciò che riguarda la pianificazione e attuazione della strategia di inclusione di tutte le diversità dal gender, origine etnica, alla comunità lgbt+, disabilità, differenze intergenerazionali… 

Questo è un ruolo che in Italia è ancora relativamente sottostimato e nella maggior parte dei casi relegato a funzioni di risorse umane, impattando sul benessere delle persone interne all’azienda. Nasce in Italia dalle influenze del mondo anglosassone, ove invece la D&I ha raggiunto già una maggiore maturità e autonoma dignità, avendo capito per primo il molteplice impatto positivo sulla produttività di investire sistematicamente nel benessere organizzativo aziendale. 

L’idea di base e che io trovo sia la chiave di volta, è concepire l’azienda come motore propulsore di un vero cambiamento migliorativo di gestione delle risorse, di maggiore sostenibilità, senza venir meno alle esigenze di business. Chi infatti più delle aziende può essere bacino di cambiamento sociale? Ne hanno tutti gli strumenti, le capacità e la credibilità per creare un eco di svolta importante, tanto per le proprie persone, quanto esternamente. E in questo periodo di emergenza covid alcune aziende ce ne hanno dato esempio: con resilienza e spirito di adattamento hanno cercato di non lasciar indietro nessuno. 

È ora che le aziende facciano la loro parte, essendo i maggior portatori di innovazione e bacini di idee e persone. Ed è un loro primario interesse, dato che statisticamente è ormai pacifico che,  tra gli elementi di scelta di un’azienda tanto per il cliente quando per una risorsa, vi è proprio il livello di inclusione delle diversità e l’ impatto sociale della stessa. Posso dire con piacere che vi è una nuova sensibilità e nuove consapevolezze. 

Per riassumere, l’essenza dell’inclusione e citando uno degli slogan del Pride 2020, che ci cingiamo a festeggiare in una nuova modalità virtuale: “Andrà tutto bene quando andrà bene per tutti”. 

2. In quali campi del dibattito pubblico italiano I temi legati a D&I trovano ad oggi la miglior espressione?  

È necessario innanzitutto evidenziare come tra i temi D&I quelli che occupano sino ad ora una maggior attenzione pubblica e dibattito vi sono la gender equality, la conciliazione vita privata e lavoro e i diritti LGBT+ (nonostante in Italia non si abbia ancora una normativa che regoli la step child adoption e le famiglie arcobaleno siano considerate famiglia di serie B e si discute ancora di una normativa che condanni l’omofobia). Credo che ogni settore merceologico sia portavoce delle stesse mancanze dovute ad un’immaturità sociale, tante cose sono ancora necessarie da attuare perché il percorso verso l’inclusione sia da considerarsi maturo. Per quanto riguarda il mondo della danza per esempio è ancora presente la discriminazione dei confronti delle ballerine di colore, nel mondo della musica vi sono ancora troppo poche conduttrice d’orchestra perché non ritenute all’altezza dei colleghi uomini. Insomma, piccole sfumature ma stessi problemi da colmare. 

Certo è che un maggior dibattito politico istituzionale aiuterebbero maggiormente a svegliare le coscienze, a lanciare il messaggio alle aziende che l’inclusione e una delle carte sul tavolo dal quale non possiamo prescindere. 

Diversity & Inclusion nel mondo della Moda | Intervista a Laura Senziani

3. Qual è il legame tra D&I e l’agire sostenibile di un’azienda?

La D&I nella sua forma embrionale è entrata nelle aziende proprio sullo slancio e come braccio della corporate social responsibility (CSR) verso una cultura aziendale inclusiva a tutti i livelli organizzativi. 

Sicuramente un legame con l’agire sostenibile dell’azienda è innegabile, in tema di tutela e protezione dei diritti umani e di promozione delle pari opportunità, in cui risiede parte della sua essenza e scopo. La D&I è parte di quella forma organizzativa orientata ad una maggior futura sostenibilità, l’inclusione delle diversità in questo senso sono fattori di trasformazione verso un sistema più ecosostenibile e come tale di intreccia con l’agire sostenibile. Il legame certamente innegabile tra D&I e agire sostenibile è il fine comune: benessere umano per un futuro più equo e alla portata di tutti. 

Molte aziende per esempio inseriscono la D&I tra gli obiettivi del loro bilancio annuale di sostenibilità, in quanto la maggior parte delle azioni tipiche di D&I sono presenti nei 17 obiettivi dell’Agenda 2030 per lo sviluppo sostenibile. 

4. Nella moda esiste il trend delle collezioni genderless, ma in pochi lo sanno. E’ importante che un brand dichiari la propria collezione “genderless” per attirare il pubblico LGBTQI+? 

È una bellissima forma di moda inclusiva, uno modo per la moda di far riflettere il pubblico sulla libertà di espressione sessuale e di genere e per far sentire forte e sicura la comunità lgbt+. La moda da sempre è stata la prima ad adattarsi ai cambiamenti sociali e bisogna riconoscerle il merito di essere l’avanguardia perché sensibile ai cambiamenti culturali prendendone spunto, la moda è di tutti ed è usata da sempre per esprimere se stesso quindi già in questo ci trovo la base della filosofia dell’inclusione e dell’esprimere le nostre unicità. 

Vero che queste collezioni sono ancora molto di nicchia, sperimentato dai grandi brand come Gucci (mi vien da pensare Achille Lauro a Sanremo2020 che aveva un abbigliamo genderless), H&M, che hanno gli strumenti per rischiare con una collezione i cui tempi sono ancora forse poco maturi per un vero dibattito sull’identità di genere, di cui anche a livello istituzionale se ne parla con diffidenza e poca chiarezza. La moda però è da sempre uno strumento tacito ma poderoso nell’esprimere inclusione delle diversità in libertà di espressione. Ritengo quindi che la moda abbiamo il dovere di adattarsi ai tempi che stanno cambiando, ma per adesso come i tempi non sono totalmente maturi per uno stile “agender”. Ci vorrebbe forse più coraggio per anticipare i tempi e per guidare un cambiamento di cui la moda si è spesso fatta portavoce. Mi vien da pensare gli anni ’60. L’emancipazione graduale della donna è in quegli anni ben rappresentata, passando dalle minigonne, dai costumi a due pezzi…la mia generazione riderà a leggere queste parole ma per l’epoca è stata una rivoluzione. La moda può essere rivoluzione, che lo sia anche in questi tempi!

5. Quali sono i brand che meglio rappresentano i valori della community LGBTQI+ nelle loro campagne di comunicazione?

La community LGBT è da sempre simbolo di un’orgogliosa diversità, nonché di resilienza, unicità, lotta pacifica alla graduale conquista dei propri diritti ed è protagonista da parte di numerosi brand di moda di campagne di comunicazione ad hoc soprattutto durante il mese di giugno – quale mese dei Pride. E come non potrebbe, dato che quasi il 75% degli acquisti della comunità lgbt+ è influenzata dal modo in cui le aziende sono sensibili al tema dell’inclusione e della valorizzazione delle diversità nonché Pride friendly. Chiara ferragni non a caso quest’anno ha creato una piccola collezione ad hoc a inizio giugno proprio lgbt+ oriented a cui è seguita una campagna di comunicazione sui social. Il brand activism del fashion ha contaminato il marketing: attraverso il prodotto si vogliono comunicare i valori e l’impegno sociale di cui l’azienda è portatrice. La stessa cosa lo fanno le aziende per segnalare l’impegno verso la gender equality. Per molti è solo una strategia di marketing, ma ha sicuramente il fine di segnalare un impegno all’inclusione. 

La recente campagna di comunicazione di Zalando è davvero molto d’impatto, non pretestuosa ma semplicemente bella da vedere per un mondo più inclusivo. Da anni Nike ogni anni propone una linea di scarpe e accessori arcobaleno nel mese Pride, così come Converse, H&M e Primark con la campagna “Feeling Proud”. I grandi marchi negli ultimi anni riconoscono il riecheggio che ha il loro impegno nel sostegno della comunità lgbt+ e alcuni ci mettono orgogliosamente la faccia: Donatella Versace ha realizzato l’anno scorso un’edizione limitata di t-shirt ed è stata nominata ambasciatrice di Stonewall

6. Come potrebbe secondo te un’azienda di moda risolvere il compromesso tra la volontà di sposare il valore dell’inclusività e quella di non discostarsi troppo dal suo posizionamento strategico sul mercato?  

Le aziende operano per produrre e fare business, questo è innegabile e sarà sempre la spinta principale che muove il mondo. Nonostante ciò, sempre di più le aziende si rendono conto di quanto sia innegabile un ritorno positivo in termini di business, di un impegno verso politiche e azioni di inclusione ed equità. 

Questo è il dilemma che traccia una linea sottile e spesso labile tra dove si fermano i valori di rispetto ed equità e fin dove arriva la fame di profitto. 

Una cosa non esclude l’altra ed è proprio questa sfida che ci aspettano i prossimi anni e che le aziende più virtuose saranno in grado di sfruttare al meglio. Saper affrontare le richieste di attività più sostenibili e a dimensione di tutti e per tutti senza rinunciare al profitto, anzi ottenendone ancora di più.

L’inclusione è un percorso, un viaggio che deve andare di pari passo all’evoluzione del mercato, del mondo del lavoro e delle strategie di business, riuscendone a influire positivamente. Le aziende di moda si dovranno inevitabilmente adattare alle esigenze delle nuove generazioni che vogliono un mondo più sostenibile, etico ed inclusivo, il cui benessere non è solo economico ma anche umano. Come dimostrano recenti sondaggi i Millenials desiderano lavorare in aziende sostenibili: responsabilità sociale e sostenibilità ambientale e valorizzazione del capitale umano come nuovi fattori di scelta. E allo stesso tempo le nuove generazioni vogliono acquistare e indossare prodotti ecologici che minimizzino gli sprechi, l’inquinamento e lo sfruttamento dei lavoratori. Ciò fare nascere nuove strategie di mercato orientate ad una clientela che vuole riconoscersi più inclusiva ed essere valorizzata esprimendo la propria unicità uscendo da schemi sociali sino ad ora conosciuti.  

Grazie Laura per la tua condivisione!

VIC si impegna per promuovere l’inclusività e la diversità come valore e all’interno della sua struttura aziendale in una visione di maggiore sostenibilità globale futura. Tra i primi capi sostenibili che hanno fatto parte della piattaforma VIC troviamo una collezione agender.

Per entrare in contatto con Laura, D&I Specialist, qui il suo profilo Linkedin.